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Ares, odioso tra gli dei. La guerra, “maestra di brutalità“ nei tragici greci

Il dott. Giuseppe Abbita ha magistralmente argomentato sulla “guerra“ come appare attraverso i tragici greci, suscitando numerosi interventi alla fine della sua relazione. Si riporta qui di seguito un abstract della sua conferenza.

Relatore: dott. Giuseppe Abbita

 Il dott. Giuseppe Abbita ha magistralmente argomentato sulla "guerra" come appare attraverso i tragici greci, suscitando numerosi  interventi alla fine della sua relazione. Si riporta qui di seguito un abstract della sua conferenza.

"Euripide fu un innovatore, uno sperimentatore, e non era misogino, come più volte ci è stato descritto: i personaggi femminili più vivi e più veri della tragedia greca sono suoi. Egli dà voce alle donne, alle madri, alle mogli, alle figlie che subiscono le infamie della guerra, guerra che non risparmiale spose e le madri sia dei vinti che dei vincitori, perché Ares cambiavalute non fa distinzioni e cambia esseri umani con cenere. E sono i bambini, i soggetti più deboli ed indifesi, a pagare, da sempre, il prezzo più alto della guerra, di qualsiasi guerra. Gli eroi maschili, nelle tragedie di Euripide, sono decaduti, sono scesi dal piedistallo: a loro non sono richiesti audacia, coraggio, dirittura morale; loro contrassegno sono la vanità, l’impulsività, l’irresponsabilità. Al posto giusto non troviamo gli uomini giusti. Troviamo gente assetata di potere, ipocrita, tornacontista, opportunista. Di uomini, di eroi, in queste tragedie, se ne vedono veramente pochi. Le Troiane di Euripide è la più antibellicista delle sue tragedie, un vero e proprio inno contro la guerra. I disastri della guerra, biaios didaskalos , maestra di brutalità, non hanno mai abbandonato l’umanità, dalla guerra di Troia fino ad oggi, e non conoscono, purtroppo, confini di tempo e confini geografici. Euripide, nel 415 a.C., sceglie di parlare di tutto ciò attraverso gli occhi e le parole delle donne di Troia, prigioniere che stanno per lasciare la loro patria per seguirei greci vittoriosi, in una nuova, sconosciuta terra. La nitidezza della denuncia antibellicista, insieme alla commovente sensibilità poetica, esalta quello che rappresenta uno dei capolavori dell’antico dramma. La tragedia di Euripide, infatti, ci appare oggigiorno sconcertante nella sua crudele diacronicità, poiché gli straziati e sincopati singhiozzi in antilabè, il lamento disperato delle donne troiane, penetra attraversa il guscio dei secoli e riesce ad echeggiare come un canto pan-umano universale contro la guerra e la violenza. Euripide fu testimone di guerra e ne denunciò il suo fascino perverso, la violenza senza controllo e l’imbarbarimento che essa comporta. E così Euripide fa dire ai suoi protagonisti: perché la guerra? Ed anche noi, oggi ci poniamo lo stesso interrogativo: perché la guerra? Perché, l’uomo, folle, preferisce alla pace la guerra? Tra le scene principali lo straziante addio di Andromaca al figlioletto Astianatte, che sarebbe dovuto diventare il re dell’Asia intera, e che invece è divenuto sphàghion, vittima sacrificale per i Greci. 'Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi ai miei pepli, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino ?....O fresco abbraccio carissimo alla mamma, o dolce alito della pelle!...O Greci inventori dibarbare crudeltà, perché uccidete questo bambino che di nulla ha colpa?' I ruoli son qui sovvertiti, addirittura capovolti: la barbara Andromaca accusa i Greci di ’barbare crudeltà’. Questa apostrofe, pronunciata dalla barbara Andromaca, acquista qui maggiore enfasi e suona come un duro monito nei confronti dei Greci. Nell’ultimo episodio Taltibio consegna ad Ecuba il corpicino di Astianatte. Neottolemo è salpato in tutta fretta ed Andromaca ha chiesto al figlio di Achille, non potendo occuparsene di persona, di affidare alla nonna il corpo del figlioletto per dargli degna sepoltura. Taltibio ha alleviato le fatiche di Ecuba: ha già provveduto, attraversando lo Scamandro, a lavare il corpicino e a detergerne le ferite; e si avvia ora a scavare una fossa che dovrà accogliere le spoglie mortali del giovane principe. Questi atti, che lui attribuisce alla necessità di sbrigarsi e di accelerare i tempi, sono invece dettati da una profonda umanità, da una compartecipe pietà. Taltibio rappresenta l’unico raggio di luce e di speranza in tutta la tragedia: fin quando esisteranno uomini giusti come lui, l’intera umanità non potrà perire. La morte di Astianatte, atto finale prima dell’incendio della città, costituisce il fulcro dell’azione drammaturgica e il momento di condensazione massima del dolore e del lutto. La morte di Astianatte mostra infatti gli effetti estremi della guerra e la sua deriva verso la disumanità. Ma il funerale di Astianatte ricopre anche un ruolo antropologico: dà ordine al dolore, incanalando, verso forme socialmente accettate e controllate dal rito, il tumulto delle emozioni. Il funerale, in altre parole, ha la funzione di smorzare la violenza finora rappresentata e di rassicurare il pubblico attraverso una forma di religiosità rituale, che restituisce l’ordine e allontana l’orrore. I versi di Ecuba di questo episodio sono stati definiti: les plus déchirantes de tout le théâtre greco, i più strazianti di tutto quanto il teatro greco. In questa tragedia Elena, la grande colpevole, non paga le sue colpe; a morire è invece un povero bimbo indifeso, Astianatte. Ma così è la guerra: un assurdo meccanismo in cui a pagare sono solo gli innocenti; e di questo poco importa ai 'signori della guerra', che continuano impunemente a spadroneggiare anche 2500 anni dopo Euripide. Euripide è, tra i più importanti drammaturghi di Atene, quello che meglio ci è stato custodito e sottratto al logorio del tempo.

Egli fu l’unico tragico veramente rivoluzionario, l’unico tragico a schierarsi apertamente contro la guerra e i suoi orrori. Al suo tempo, ce ne voleva di coraggio per presentare Le Troiane in teatro, difendere le donne oppresse e maltrattate, denunciare le guerre imperialiste, infrangere imiti omerici sulla guerra di Troia, prendere in giro gli dei, presentare gli eserciti greci a Troia come una banda di assassini e stupratori, rapitori di donne e di bambini. Euripide osò dire pubblicamente ad Atene che i miti erano falsi e che la saga troiana, ritenuta eroica, era solo fango esangue. Anche la tragedia Elena ha contenuti antibellicisti, ancorchè dissimulati. Euripide, in questa sua tragedia, non va dritto al cuore, non suscita emozioni e pietà, ma si rivolge al pubblico stimolando il pensiero, il ragionamento, il raziocinio, sulla guerra e sulla sua assurdità. Euripide, in questa sua tragedia, accoglie in tutto la tradizione siciliana della Palinodia di Elena di Stesicoro: Elena non fu mai a Troia. A Troia arrivò un εἴδωλον, il suo doppio. Nei lunghi anni della guerra Elena è rimasta nascosta in una terra lontana, in una casa rispettabile, presso un ospite giusto, Proteo, il re dell’Egitto. L’odio per la guerra filtra più o meno implicitamente in quest’opera di Euripide. La sua Elena ha come nucleo centrale l’assurdità di una guerra combattuta per un fantasma, ma più in generale, come in tutte le tragedie di Euripide, vi è una polemica nei confronti della guerra nel suo complesso. Euripide si prefigge l’intento di mettere in discussione, non solo il mito, ma l’intera società nella quale vive: offrendo al pubblico nuovi interrogativi, argomentati in scena dagli stessi personaggi,

Quando gli uomini non sanno riconoscere ciò che è vero rispetto a ciò che appare tale, ma non lo è, nessun loro atto di volontà può procedere con certezza. Grazie a questa favola irrazionale, Euripide può facilmente criticare la guerra, attraverso un vecchio soldato, il commilitone di Menelao, che si rende conto che a causa di questa storia assurda, che sfugge al buon senso, si è sofferto "invano", mathn, un avverbio che si ripete nei versi 603 e 751. E poi fa dire al coro: Sciocchi cacciatori di gloria in guerra, con la forza delle armi non metterete la parola fine alle miserie della gente. Se il sangue dovrà essere l’arbitro delle vostre contese, se bastasse un gesto di forza a decidere, la discordia non cesserebbe mai di regnare nelle città: violenza dovunque fronteggerebbe violenza. Un accordo si può sempre trovare, ragionando. L’anno 412, anno in cui fu rappresentata la tragedia, cade un anno dopo il disastro della spedizione siciliana, che segna una svolta decisiva nella guerra del Peloponneso. Euripide sembra qui sostenere, prima che sia troppo tardi, una riconciliazione tra Atene e Sparta. In tale contesto l’invocazione alla Pace, contenuta in un frammento del coro del Cresfonte, tragedia perduta di Euripide, si configura come un chiaro messaggio pacifista: 'O Eirene, dispensatrice di ricchezza e la più bella tra gli dèi beati, io ho desiderio di te che tardi; temo che la vecchiaia mi coglierà con le sue pene, prima di vedere la tua amabile bellezza e i canti dai bei cori e i conviti ornati di corone. Vieni, o signora, nella mia città, e l’odiosa contesa allontana e la folle discordia cui è gradito l’affilato ferro 'In un’altra tragedia di Euripide assistiamo al coraggio di un vecchio.

Peleo ha perso suo figlio Achille, ed anche suo nipote, Neottolemo, è stato ucciso in un agguato ordito da Ermione, sua legittima moglie, e da Oreste. Per lui è finita, è perduto: non ha più discendenti, non gli restano figli nella casa. E allora un atto di coraggio, un atto di riappacificazione, sì perché per fare la guerra non ci vuole coraggio, il vero coraggio è necessario per fare la pace . Peleo prende le difese della concubina di Neottolemo , di Andromaca, una schiava, e del piccolo Molosso, e dichiara, dopo l’intervento di Teti, che Andromaca sposerà il troiano Eleno e il bastardo Molosso abiterà la terra dei Molossi e i suoi discendenti regneranno felicemente sulla Molossia, di padre in figlio, in modo che non possano perire né la stirpe di Peleo e neppure quella di Troia. E infine, nelle Supplici, queste madri degli eroi caduti contro Tebe che supplicano la restituzione dei corpi per la sepoltura, Euripide chiama la guerra: : 'guerra sciagurata'-'rovina dei popoli'- 'la follia della guerra'. E poi, perchè la guerra? Così fa dire Euripide nelle Supplici: 'Chi per essere capo, e chi per voglia di potere, o per compiere ingiustizia. Chi per amore di ricchezza, e tutti senza badare al danno della gente.'

E, sempre nelle Supplici: 'Uomini sciagurati, perché prendete nelle mani le lance e fate stragi, gli uni contro gli altri Basta: cessando i travagli le vostre città custoditele insieme, tutti in pace. La vita è cosa da nulla, viviamola dunque tranquilli.'(vv 949-954) E con un messaggio di speranza e di ottimismo vi voglio stasera lasciare. E dopo aver decritto gli orrori della guerra, il poeta Euripide è latore di un messaggio di speranza. Fa pronunciare infatti a Teseo queste parole:'…disse infatti un tale che nel mondo per l’uomo è ben più forte del bene il male. Ma io contro questi nutro il parere contrario: è più il bene del male per gli uomini. Se fosse più il male, non vivremmo nella luce.' (vv. 196-199)"

Autore Prof-Greco

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Inserito il 24 Aprile 2026 nella categoria Relazioni svolte