Libera Università “Tito Marrone“ Trapani
Grazia Deledda è stata una scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926. È ricordata come l'unica donna italiana a ricevere il premio in questa disciplina. Ha relazionato il prof. Antonino Tobia
Relatore: prof. Antonino Tobia
La comparsa della donna nella letteratura italiana è tardiva. Tra il Quattrocento e il Cinquecento si hanno testimonianze di donne che si aprono soprattutto alla poesia, per affidare ai versi le loro ansie, le passioni e i desideri, tutto un mondo sentimentale che le donne, il più delle volte, sono costrette a nascondere nel loro cuore e ad elaborare nella loro mente. La poesia diventa la voce dell’anima, ma esprime anche il livello altissimo della civiltà rinascimentale e il grado di raffinatezza della cultura del Cinquecento, che anche le donne riescono ad assimilare. L’educazione alla poesia è aperta anche alle donne, a differenza degli studi d’impegno culturale elevato. Si tratta, comunque, di poetesse appartenenti all’alta aristocrazia, inserite in un contesto culturale stimolante, che vivono spesso in ambienti frequentati dai migliori intellettuali del tempo. Tre poetesse meritano di essere ricordate per il livello poetico raggiunto.
Isabella di Morra, assassinata dai fratelli all’età di venticinque anni (1546), oggi è letta e ammirata grazie agli studi di Benedetto Croce, che la considerò una delle voci più autentiche della poesia femminile del 1500. Il Canzoniere che ci ha lasciato è lo specchio delle sofferenze e dei tormenti vissuti all’interno del castello lucano, in cui i fratelli l’avevano segregata e successivamente uccisa.
Veronica Gambara, vissuta in ambiente rinascimentale, ebbe la fortuna di essere nata in una famiglia impegnata nello studio della cultura umanistica, di cui Veronica fin dall’adolescenza poté fruire. Il petrarchismo, allora di moda, conseguente alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, amico di famiglia, non irrigidì le Rime della Gambara, dentro gli stilemi petrarcheschi, al contrario, la sua poesia è giudicata dai critici tra la migliore produzione lirica italiana. In particolare, il critico Bonora annota che nei versi di Veronica 'l’accento moralistico linguistico, che le era naturale, addolciva la sua severità, i pensieri si snodavano con la grazia di un pacato ragionare, cui la lingua nobile ma non artefatta riusciva a conferire un accento aristocratico'.
Il Sapegno, inoltre, attribuisce uno dei posti più alti della lirica del Cinquecento al Canzoniere di Gaspara Stampa, le cui liriche sono un diario ed epistolario insieme delle sue delusioni, delle rare gioie, della sua passione amorosa. Il Canzoniere, 'in uno stile aperto, non troppo sostenuto, ma neppure sciatto… svolge una trama di dati psicologici intensamente vissuti in un giro riconoscibile di formule e di immagini'. In pieno Rinascimento le donne hanno privilegiato questa forma letteraria
Dal veder voi, occhi sereni e chiari,
Nasce un piacer ne l’alma, un gaudio tale
Che ogni pena, ogni affanno, ogni gran male
Soavi tengo, e chiamo dolci e cari.
Dal non vedervi poi, soavi e rari
Lumi, del viver mio segno fatale,
In sì fiero dolor quest’alma sale,
Che i giorni miei son più d’assenzio amari.
Quanto contemplo voi, sol vivo tanto,
Limpide stelle mie soavi e liete,
E il resto de la vita è affanni e pianto.
Però, se di vedervi ho sì gran sete,
Non v’ammirate; chè ogn’un fugge quanto
Più può il morir, del qual voi schermo sete.
Vittoria Colonna, una delle figure più eminenti della storia culturale del Rinascimento, ebbe un profondo legame spirituale con Michelangelo e visse intensamente i problemi religiosi del suo tempo. Nei suoi sonetti, secondo il Sapegno 'il fascino dell’intelligenza si mescola a quello della grazia e della femminilità'.
S’in man prender non soglio unqua la lima
del buon giudicio, e, ricercando intorno
con occhio disdegnoso, io non adorno
né tergo la mia rozza incolta rima,
nasce perché non è mia cura prima
procacciar di ciò lode, o fuggir scorno,
né che, dopo il mio lieto al Ciel ritorno,
ma dal foco divin, che ‘l mio intelletto,
sua mercé, infiamma, convien ch’escan fore
mal mio grado talor queste faville;
e s’alcuna di lor un gentil core
avien che scaldi mille volte e mille
ringraziar debbo il mio felice errore.
Il cammino dell’emancipazione della donna sul piano letterario, prima ancora che su quello sociale e politico, sarà lungo e accidentato. Ancora per secoli, la donna continuerà a coltivare la scrittura come forma personale di monologo diaristico. La maggior parte di esse saranno costrette a scriver di nascosto e a tenere chiusi nei loro cassetti i segreti dei loro cuori e il frutto delle loro riflessioni, per evitare censure e pregiudizi.
In età romantica si giunge ad una svolta importante: la donna non è più solo motivo d’ispirazione poetica e musa di poeti e artisti, ma acquista un suo spazio come soggetto che si impone in campo letterario e le sue opere cominciano ad apparire nel mercato editoriale, pur con i limiti imposti dalla sua esclusione dalla partecipazione alla vita sociale e politica. Un fattore altamente discriminante è costituito soprattutto dal fatto che le fanciulle ricevano ancora un livello minimo di educazione. L’analfabetismo femminile registra fino al Novecento un tasso di gran lunga più elevato rispetto a quello maschile. In Italia nel 1911, l’anno dell’impesa di Libia, in età giolittiana, si registra il 31% di analfabeti fra gli uomini e il 42% fra le donne; nel 1961 queste proporzioni si riducono al 6% fra gli uomini e al 10% fra le donne[b][1]. A partire dal 1962, quando il Parlamento italiano approva la legge istitutiva della scuola media unica, che estende l’obbligo al quattordicesimo anno di età e unifica tutte le scuole successive alle elementari, si ha un notevole incremento della popolazione scolastica, cosicché si passa, grazie soprattutto alla istituzione di numerose sedi scolastiche in borghi e piccoli paesi periferici, dai 745.514 alunni degli anni 1941- 50, ai 2.433.986 degli anni 1961-65. Tuttavia, si riscontra ancora una notevole differenza tra il numero dei maschi iscritti (1.437.917) e il numero delle femmine (996.067)[/b][b][2]. La strada dell’equiparazione dei sessi però è ormai tracciata. La scuola media unica, istituita nel 1962, impone alle famiglie di far continuare gli studi dopo le elementari anche alle figlie femmine, che arricchiscono gli anni della loro adolescenza di un grado di socializzazione più ricco d’incontri con docenti laureati e possono meglio scoprire le loro attitudini, competenze e capacità. La frequenza scolastica delle classi della media inferiore apre nuovi orizzonti culturali a studenti e studentesse che cominciano ad incontrarsi nelle classi miste, propone un nuovo modo induttivo di approccio allo studio, diverso dall’apprendimento elementare, incentrato sul cosiddetto sussidiario nozionistico. Le ragazze finalmente non si sentono più solo relegate alle faccende domestiche, dopo aver appreso le nozioni elementare di leggere scrivere e far di conto né a prefiggersi, come obiettivo essenziale alla loro esistenza, il matrimonio, che le conferisce il riconoscimento etico di 'angelo del focolare domestico', e sociale di ancilla domini, cioè assoggettata al marito. Tuttavia, la concezione maschilista, che perdura e si diffonde maggiormente negli anni del regime fascista, continua a rappresentare un limite per la crescita culturale delle donne, perché impedisce loro di pervenire ad una cultura superiore e accademica. Non è un caso se alcune scrittrici come Sibilla Aleramo, Grazia Deledda, Ada Negri, Matilde Serao siano costrette a colmare le carenze letterarie con strumenti approssimativi da loro stesse scelti. Non riescono, infatti, a seguire un regolare corso di studi accademici, e devono fidarsi del loro impegno individuale, fatto di scelte personali, di letture disordinate, per poter dar vita alla propria vocazione artistica, con una tecnica di scrittura più spontanea rispetto ai moduli narrativi maschili e più propensa ad analizzare psicologicamente le esperienze vissute o mediate dalle letture fatte.[/b]
La produzione femminile di romanzi nel Novecento è alquanto varia. Sono molto diffusi a livello popolare i romanzi d’appendice che Carolina Invernizio pubblica nella Gazzetta di Torino. Si tratta di temi che mescolano scene di sentimentalismo romantico a vicende di crudo verismo, adatti ad incontrare il gusto delle lettrici di mediocre cultura. È sufficiente ricordare i titoli di alcune opere come Il bacio di una morta, La vendetta di una pazza, L’orfano del ghetto e altri insistenti sulla medesima tematica.
Di livello artistico decisamente superiore è la produzione di Matilde Serao, le cui notevoli doti giornalistiche si riflettono nella sua vasta opera narrativa, che comprende una quarantina di volumi. Tra i suoi romanzi, usciti tra il 1890 e il 1900, godono ancora di buona memoria soprattutto Il ventre di Napoli, il cui titolo richiama il romanzo di Zola Il ventre di Parigi e Il paese di cuccagna, in cui la scrittrice dipinge gli ambienti del popolo e della piccola borghesia napoletana, colta soprattutto nella passione per il gioco del lotto, secondo moduli che risentono della produzione naturalistica francese, quella di G. Flaubert e E. Zola. I personaggi femminili, trattati con una finezza d’intuito psicologico, sono spesso 'protagonisti di storie dolorose e a volte lacrimose, ma condotte con una dignità di stile non comune nelle opere d’appendice'[b][3] .[/b]
Non è tramontato l’interesse dei lettori contemporanei per il romanzo di Sibilla Aleramo, apparso nel 1907, Una donna. L’opera, respinta all’inizio dagli editori Treves, Baldini & Castodi, riflette un’intensa e sofferta esperienza autobiografica, quella di una giovane provinciale, autodidatta, maritata e presto madre prima di aver raggiunto la maturità. L’autrice trae spunto da fatti vissuti per dar vita alla sua ribellione, sia per denunciare gli ostacoli frapposti dalla società alla emancipazione della donna, sia per affrontare con vivace spirito critico i temi cari all’Unione femminile nazionale, di cui Sibilla era fervida sostenitrice. La vita dell’Aleramo conosce la sofferenza di chi è costretta a inibire la forte carica individualistica, che la spinge a vivere passioni travolgenti, drammatici momenti di gravi delusioni e pesanti difficoltà economiche. Di formazione politica socialista, si rivolge al Duce per essere nominata tra i membri dell’Accademia d’Italia. Il prestigioso consesso culturale, voluto dal duce per controllare la classe intellettuale italiana, non ammette donne e la richiesta della scrittrice viene respinta. L’unica donna ammessa nella Reale Accademia sarà Ada Negri nel 1940, per decisione dello stesso Mussolini, che nel 1931 le ha conferito il Premio Mussolini. Psicologicamente provata, giunta sull’orlo del suicidio, Sibilla trova nella poesia e nella prosa la via per uscire dal male oscuro e scopre che può ritrovare se stessa e riacquistare la sua dignità di donna, oltre che nell’impegno politico, soprattutto nella scrittura. Così, affronta un doloroso percorso interiore, decide di separarsi dal marito e di staccarsi dal suo bambino, al quale dedica Una vita nella speranza che da grande possa comprendere la scelta sofferta dalla madre. In Sibilla, arte e vita creano un binomio indissolubile e, come sottolinea Giulio Ferroni, 'in lei ogni problematica intellettuale e culturale si sottopone al fuoco di un’appassionata indagine autobiografica'.
Negli stessi anni la scrittrice londinese Virginia Woolf, considerata una delle principali figure femminili del XX secolo, con i suoi scritti porta avanti la sua lotta per la parità dei diritti tra i sessi. Vengono rigettate le definizioni stereotipate della donna 'angelo della casa e custode del focolare domestico', riconosciute come limiti imposti dal maschilismo e da un malcelato secolare misoginismo presente in tutte le civiltà, dall’età classica al mondo cristianizzato. Per tanti secoli rimase in vigore l’antica iscrizione funebre latina 'D.M.L.F.' (domi mansit lanam fecit), che serviva ad esaltare le virtù domestiche, ancora più se il consorte o il padre vi aggiungeva casta vixit.
Nel 1926 per le scrittrici italiane avviene un importante riconoscimento di livello internazionale: è l’anno in cui viene assegnato a Grazia Deledda il premio Nobel per la letteratura.
Grazia Deledda nacque a Nuoro mercoledì 27 settembre 1871, quinta di sette figli, da famiglia agiata, borghese, discendente da pastori e agricoltori benestanti.
Il padre, Giovanni Antonio, aveva intrapreso gli studi giuridici fino a diventare procuratore legale. Tuttavia, non svolse mai la professione di avvocato e anziché compulsare i codici preferì dedicarsi al commercio del carbone.
Grazia riuscì a frequentare solo le scuole elementari, ma in seguito la famiglia ne curò una preparazione approssimativa, facendo seguire l’adolescente da un precettore privato. Infatti, la bambina mostrava interesse fin da piccola per tutto ciò che riguardava il mistero della scrittura, in particolare interessava la scolaretta: ' la libreria del signor Carlino, dove si vendono i quaderni, l’inchiostro, i pennini; tutte quelle cose magiche, insomma, con le quali si può tradurre in segni la parola, e più che la parola il pensiero dell’uomo'.
Ebbe modo, in seguito, di approfondire da sola gli studi letterari.
Nel romanzo autobiografico Cosima, Grazia così ritrae se stessa:
'Piccola di statura, con la testa piuttosto grossa, mani e piedi minuscoli, con tutte le caratteristiche fisiche sedentarie delle donne della sua razza, forse di origine libica, con lo stesso profilo un po’ camuso, i denti selvaggi e il labbro superiore molto allungato; aveva però una carnagione bianca e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato e a volte verdognolo, con la grande pupilla appunto di razza camitica, che un vecchio poeta latino chiamò ‘doppia pupilla’, di un fascino passionale irresistibile'. Nello stesso romanzo, la Deledda opera un recupero memoriale della sua casa d’infanzia, quando a lei bambina il mondo che la circondava appariva straordinario. Cosima 'pare venuta da un mondo diverso da quello dove vive, e la sua fantasia è piena di ricordi confusi di quel mondo di sogno, mentre la realtà di questo non le dispiace, se la guarda a modo suo, cioè anch’essa coi colori della sua fantasia'. In questa fusione di mondo reale e mondo fantastico si ritroverà sempre il temperamento della Deledda, scrittrice e donna. Lei osserva il mondo in cui è immersa, lo metabolizza, ne toglie i contorni che lo definiscono e lo dilata con la sua fantasia, trasformandolo in favola e sogno.
Grazia Deledda iniziò giovanissima la sua attività letteraria, senza avere acquisito una formazione culturale né scolastica, né tanto meno adeguatamente strutturata. Già adolescente, seguiva la vocazione innata di scrivere, incurante dei mezzi espressivi, con la spontaneità che richiedeva la sua immaginazione e la sua colorita fantasia.
Le novelle pubblicate dall’editore milanese Luigi Trevisini nel 1890, sotto il titolo Nell’azzurro, cominciarono ad interessare intellettuali come De Gubernatis, professore di letteratura italiana, orientalista e glottologo, col quale intessè una lunga e affettuosa corrispondenza epistolare. È un carteggio fittissimo quello tra De Gubernatis e Deledda e lui non è da meno di lei quanto a impegno e coinvolgimento
emotivo. Tuttavia, mentre De Gubernatis conserva gelosamente lettere di lei, di quelle di De Gubernatis non c’è traccia… C’è però una sezione separata del fondo che è composta da buste di carta gialla su cui lo stesso De Gubernatis ha scritto <<carteggio riservato, da aprirsi cinquant’anni dopo la mia morte>>.
Il primo periodo letterario è influenzato dal verismo verghiano e da certo decadentismo rappresentato dal Fogazzaro. Il paesaggio è quello selvaggio della sua Sardegna. Così nella novella Sangue Sardo, la protagonista Ela, spinta dal desiderio di vendetta, uccide l’amante che la ripudiata. Lei riconosce i propri limiti e nella prefazione al romanzo Fior di Sardegna prega: i colti lettori del continente di perdonarle gli errori e le imperfezioni, ancora inesperta nell’arte dello scrivere, ma sempre pronta a perfezionarsi col tempo… Ancora non aveva venti anni. Il limite delle sue prime opere che non sempre la scrittrice riesce ad andare oltre l’elemento folcloristico e un certo sentimentalismo portato all’estremo. Nel romanzo La via del male, pubblicato nel 1896, Deledda intraprende il filone analitico –psicologico, che porta i suoi personaggi ad essere vittime dei loro rimorsi, a vivere nel tentativo di una espiazione eterna. Anche Il vecchio della Montagna è un romanzo fondato sui rimorsi e sul travaglio psicologico di chi ha fatto il male .
Due romanzi meritano di essere ricordati perché rivelano una scrittrice più matura e uno stile di prosa nitido, preciso, senza sbavature: Elias Portolu e Canne al vento.
Nel 1889 la Deledda si recò in gita a Cagliari. Qui conobbe il signor Palmiro Madesani, al quale andò sposa l’11 gennaio del 1900. Nel marzo dello steso anno i coniugi si trasferirono a Roma, dove la Deledda continuò la sua vasta produzione letteraria. Il marito, funzionario del ministero delle Finanze, lasciò presto il suo lavoro per diventare l’agente letterario della scrittrice. Di questo sodalizio matrimoniale era invidioso Luigi Pirandello, che apprezzava la scrittrice ma non accettava il ruolo che il marito si era ritagliato accanto a sua moglie. Espresse questa sua invidia, dettata anche dall’infelicità del suo matrimonio, scrivendo un romanzo: Suo marito. Era anche invidioso che la Deledda nel 1926ebbe conferito il Premio Nobel per la letteratura, il secondo che veniva assegnato ad uno scrittore italiano dopo quello conferito al Carducci nel 1906. Solo nel 1936 a Pirandello sarà conferito il premio Nobel. Grazia Deledda ebbe due figli maschi, Sardus e Francesco nati nel 1901 e nel 1904. Il 15 agosto del 1936 Grazia Deledda muore, dopo essere stata operata di cancro al seno, col quale riuscì a convivere per 10 anni. Sepolta a Roma nel cimitero di Varano, le sue spoglie furono trasferite nel 1959nella chiesa della Madonna della Solitudine a Nuoro, sua città natale.
Libera Università Tito Marrone 20.2 2026 prof. Antonino Tobia
[1] Cfr. E. Sullerot, in Enciclopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia italiana Treccani, vol. II, MI 1977, p. 212
[2] Cfr. G. Canestri/G. Ricuperati, La scuola in Italia dalla legge Casati a oggi, Loescher, Torino 1981, p. 420
[3] G. Freddi – A. De Ferrari, La letteratura, Ghisetti e Corvi editori Milano, vol. 3 tomo II, 2004, p. 126
Inserito il 22 Febbraio 2026 nella categoria Relazioni svolte
social bookmarking