Logo generale del sito:Libera Università “Tito Marrone“ Trapani

Libera Università Tito Marrone > Relazioni svolte > La vita nell'antica Roma: spigolature varie

Il logo della sezione del sito denominata  La vita nell’antica Roma: spigolature varie

La vita nell'antica Roma: spigolature varie

Una dotta relazione del nostro Presidente, prof. Antonino Tobia

Relatore: Prof. Antonino Tobia

<_div>Sotto l’imperatore Traiano nel 115 d.C., l’impero romano conobbe la sua massima espansione. L’impero si estendeva dalla Scozia fino ai confini dell’Iran e dal deserto del Sahara fino al Mare del Nord. Era popolato da genti diverse per usi costumi,lingua e caratteri somatici: uomini del Nord, alti, robusti, biondi, popolazioni asiatiche, del Medioriente, dell’Africa con lineamenti e colore della pelle particolari.Ovunque la lingua ufficiale era il latino, anche se i volgari dei diversi gruppi etnici continuavano a persistere nel linguaggio parlato. Un unico sistema giuridico governava l’impero romano, strutturato dalle leggi, dalla efficiente organizzazione politica, sorretto dalla potenza militare delle legioni che stazionavano nei punti nevralgici dell’impero, a difesa dei confini. Si trattava di una forza militare di circacentonovantamila uomini, soldati effettivi, cui si aggiungeva il numero degli ausiliari,cioè dei sodati che venivano forniti dalle popolazioni delle province. Così, al suo comando l’imperatore disponeva di circa quattrocento mila uomini armati.Un impero così immenso era scarsamente popolato. La popolazione non superava icinquanta milioni di abitanti, sparsi in piccoli borghi, villaggi, immense villepadronali. Si stima, però, che Roma contasse circa un milione e mezzo di abitanti,provenienti da tutti i lati dell’impero, artisti, filosofi, letterati, medici, oratori, operai,artigiani, aristocratici e plebei, schiavi, liberti, gladiatori e prostitute. Romarappresentava un unicum irripetibile nella storia dell’umanità.La grande metropoli, capitale dell’impero, era il centro di una rete viaria che siestendeva per circa centomila chilometri in tutte le direzioni.Ma come si svolgeva la vita quotidiana in questa città cosmopolita?1 <_div>Le fonti letterarie e storiografiche dell’antichità – da Svetonio a Marziale, da Plinio ilVecchio a Giovenale, ad Apuleio – restituiscono un quadro articolato, che ciconsente di affacciarci e di curiosare all’interno del modus vivendi quotidiano di unasocietà che ha plasmato le fondamenta della cultura occidentale.La vita a Roma era caotica, un misto di sfarzo monumentale e diffusa miseriaurbana- La maggior parte dei Romani viveva in insulae, affollati agglomerati urbanicostruiti di legno e di mattoni, privi di acqua corrente, scarsamente illuminati, conpoco spazio abitativo. Ciò contrastava con le lussuose ville dei potenti, le cui domuserano provviste di quanto la civiltà del tempo poteva fornire di comodità. Le stradeerano affollate, polverose, rumorose sporche e diventavano pericolose di notte, maRoma era dotata di una rete fognaria, la cloaca maxima e di acquedotti monumentali che garantivano l’approvvigionamento idrico grazie alle numerose fontane pubbliche. Di questa metropoli è interessante cogliere alcune spigolature divita quotidiana nei primi anni dell’Impero, cominciando dal mattino.Gli antichi Romani non facevano colazione appena alzati nelle prime ore del mattino.Il primo pasto della giornata, chiamato ientaculum, era considerato del tutto trascurabile dalla maggior parte della popolazione, anche perché non potevano permetterselo. Molti si limitavano a bere un bicchiere d’acqua al risveglio e si recavano al lavoro, spesso consumando durante la strada uno spuntino veloce, loientaculum ambulatorium. La colazione, per chi poteva consumarla, era in ogni casoveloce, fatta generalmente di alimenti freddi e frugali, per lo più pane e formaggio,qualche ortaggio e qualche frutto. Si trattava di un pasto leggero, un piccolo pastosenza pretese (levis cibus). La padrona di casa, che non era occupata in faccende ooccupazioni esterne, si rifocillava verso le nove con quanto aveva a disposizione, di solito con i resti della sera precedente, dopo avere sbrigato, aiutata da qualche schiava, in alcune faccende domestica: nettare il pavimento, lavare i pochi panni sudici, rimettere l’olio nella lucerna, prendersi cura delle piante e degli animali che teneva con sé, procurarsi l’acqua dalla fontana della piazza vicino casa, filare la lana:Casta fuit lana fecit domum servavit : era l’epitaffio più comune per una bravamoglie,.Diversa era la colazione di chi gestiva il potere. Svetonio nella Vita dell’imperatoreVitellio (2,13) così descrive le abitudini alimentari dell’imperatore: Faceva sempretre o quattro pasti al giorno, distinguendoli in colazione (ientacula), pranzo (prandia)4 e cena seguita da festino (caenas comissationesque). Famosissima fu una cena di benvenuto organizzatagli dal fratello Lucio per il suo arrivo a Roma. Furono servite due migliaia di pesci sceltissimi e sette mila uccelli. Nell’occasione, veniva inaugurato un vassoio di enorme dimensione, battezzato il clìpeo di Minerva, in cui furono serviti fegati di scari, pesce prelibatissimo del mare egeo, cervelli di fagiani e di pavoni, lingue di fenicotteri, lattume di murene.Le murene venivano allevate in apposite peschiere con costi altissimi. Famose eranole peschiere di Lucullo. Anche Apicio, il più grande esperto di cucina romana, chevisse sotto il principato di Tiberio (14-37 d.C.) si dice che spendeva immense fortuneper allestire i suoi banchetti. Quando scoprì che gli erano rimasti solo dieci milioni disesterzi, temendo di non potere continuare a vivere secondo lo sfarzoso suo stile divita, preferì suicidarsi. Nella sua raccolta di ricette gastronomiche, De re coquinaria,Apicio riporta il maiale alla Frontino, un piatto molto complesso: il maiale veniva rosolato e poi stufato in una miscela di garum ( macerazione in salamoia di interioradi pesci vari, preferibilmente di alici), mosto cotto concentrato, pepe, sedano,cumino, anice). Il piatto veniva servito cosparso da una salsa vellutata a base diamido. Famoso anche il Tortino di pere: le pere venivano bollite a fuoco lento conpepe, cumino, miele, vino passito, garum e un po’ di olio. Il tutto veniva passato, conl’aggiunta delle uova per rassodare il composto e preparati metteva a cuocere afuoco lento. Si serviva con una spolveratina di pepe nero tritato. Il garum era ilsegreto delle ricette di Apicio, perché conferiva sapidità ai cibi. I gusti dei nostriantenati erano diversi. Per esempio, faceva impazzire i romani la crema di pere con pepe e salsa di pesce fermentato.Famosa la cena di Trimalcione di cui parla Petronio nel Satiricon. Il protagonistaTrimalcione è un ex schiavo arricchito, rozzo che vuole sconfiggere la paura della morte con lo sfarzo smodato e l’ostentazione volgare della sua ricchezza attraverso5 <_div>la stragrande abbondanza di pietanze dai gusti più contrastanti e con un apparato scenico che doveva stupire.Il banchetto del liberto arricchito presentava vivande di ogni genere, ogni sorta dicarne, pesci, uccelli rari, galline faraone, vini italici e stranieri.I ricchi e i potenti romani consumavano la cena nel triclinium, la sala da pranzoufficiale della domus, caratterizzata dalla presenza di tre letti disposti a ferro dicavallo intorno ad un tavolo centrale. I commensali mangiavano sdraiati, poggiandoil gomito sinistro su un cuscino e servendosi il cibo con la mano destra. I banchetti duravano diverse ore dal pomeriggio fino a tarda notte, si discuteva, si scherzava ed era rallegrato da brindisi, musici, balletti, giochi come il cottabo. Era una gara diabilità, introdotta a Roma dai Siciliani della Magna Grecia, e aveva una direzione erotica: il giocatore dedicava la sua vittoria ad un amasio da cui si attendeva ricompense amorose.Durante i banchetti il rutto era apprezzato come un segno di gradimento per il cibo edi apprezzamento verso l’ospite. Pare che l’imperatore Claudio, afflitto da cattivadigestione, avesse meditato un editto per concedere licenza di lasciare uscire fuoridurante il pasto le flatulenze dello stomaco e i crépiti del ventre (licentia emittendiflatum crepitumque ventris), per evitare che qualcuno corresse pericolo dall’essersiper vergogna trattenuto (Svetonio, Claudii vita, 32). Gli avanzi e i resti del cibo venivano gettati direttamente sul pavimento dal triclinium, che venivaimmediatamente ripulito dagli schiavi o dagli animali che si aggiravano nella sala.Tornando a parlare dei comuni mortali, questi neppure per il prandium preparavanocibi a casa. Consumavano solo alimenti pronti all’uso, freddi e veloci acquistati nelletabernae o, come il pane, nei forni pubblici. Le case dei poveri erano piccole, e leinsulae per il rischio di frequenti incendi non potevano disporre di forni.Solo i più abbienti consumavano cibi cotti, elaborati e cotti nel forno della lorodomus dai loro schiavi.6 <_div>L’igiene mattutinaLe abitudini igieniche dei Romani differivano radicalmente dalle nostre.Abitualmente i Romani non si lavavano appena alzati dal letto. Indossavano la tunicae si recavano nel foro o a svolgere determinate mansioni quotidiane. Nel tardopomeriggio si recavano alle terme per le abluzione ma anche per rilassarsiconversando del più e del meno.Le prime terme pubbliche nacquero a Rome nel II secolo a,C, come evoluzione deisemplici bagni greci di piccole dimensioni (balneae). Il primo grande complessotermale sorse nel 25 a,C, con l’inaugurazione delle terme di Agrippa.Le terme erano alimentate da un flusso costante di acqua e da un sistema diriscaldamento poderoso. L’acqua proveniva dagli acquedotti e attraverso tubaturedi piombo veniva indirizzata verso le terme. L’acqua veniva riscaldata da grandi fornialimentati a legna e carbone. L’aria calda circolava nell’intercapedine sotto ilpavimento e risaliva lungo le pareti. Così l’intero edificio veniva riscaldato e ilpavimento si riscaldava al punto che bisognava indossare piccoli zoccoli di legno pernon scottarsi i piedi.Le terme rappresentavano il cuore pulsante della vita sociale. Non erano solo unluogo deputato alla pulizia corporea, ma in esse erano comprese, palestre,biblioteche, giardini, spazi per giocare. Nelle terme ci si incontrava per trattareaffari, stringere accordi, discutere di politica, si leggevano le ultime pubblicazioni dipoeti e scrittori che sceglievano le terme per far conoscere le loro opere. Eranoluoghi molto affollati e rumorosi. Seneca ( Ep. Ad Lucilium 56), che abitava sopra unostabilimento termale a Baia, lamentava il frastuono che giungeva alle sue orecchie enon sopportava le urla di chi si sottoponeva alla depilazione di esperti alipili che7 <_div>strappavano con energia i peli superflui degli avventori, soprattutto sotto le ascelle.Come pure gli giungevano insopportabili i sibili e i respiri affannosi degli atleti comeil rumore delle mani dei massaggiatori sulle spalle dei clienti, suoni diversi, precisaSeneca, se erano prodotti da mano piatta o da mano concava.Una figura centrale della società romana era quella del tonsor, il barbiere.La bottega del barbiere chiamata tonstrina era un centro di aggregazione e dipettegolezzo. Mutatis mutandis, è cambiato ben poco. Il tonsor era spesso uno schiavo o un liberto che aveva messo su bottega e si era anche arricchito se le sue qualità artigianali lo avevano messo in luce presso i signori. Non si limitava al tagliodei capelli, radeva la barba, curava le unghie dei clienti. Il rasoio di ferro (novacula).Le forbici e le pinzette erano i suoi strumenti essenziali. I ricchi potevano anchedisporre di un barbiere personale, uno schiavo specializzato che viveva nella casa delpadrone. La rasatura era molto lenta e dolorosa perché, in assenza di sapone odischiuma da barba. il tonsor bagnava la pelle del cliente esclusivamente con acquaprima di procedere con la novacula, e la lama del rasoio non sempre eraaffilata. Marziale, nell’Epigramma 11,84, descrive ironicamente il barbiere Antiococome un carnefice e si lamenta delle ferite inflitte durante la rasatura sul suo viso,che grossolanamente venivano saturate con ragnatele imbevute di olio o aceto,sicché la cura era peggiore del danno. La rasatura, infatti, procedeva a secco senza sapone o schiuma da barba e, aggiunge Marziale, considerato il numero dei tagli, era meglio affidarsi ad un chirurgo dato che le ferite richiedevano più punti di sutura cheuna battaglia. Secondo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, VII, 211), i primi barbieri giunsero a Roma dalla Sicilia nel 299 a.C..Giulio Cesare era estremamente meticoloso nella cura del corpo, si radeva la barba e si depilava con le pinzette. Anche i suoi legionari, come riferisce Svetonio (De vitaCaesarum), amavano molto l’igiene, amavano profumarsi ma erano invincibili unbattaglia.La prima rasatura di un giovane assumeva un solenne valore rituale. La barba venivaraccolta in una pisside più o meno pregiata e offerta agli dei. La depositio barbae rappresentava il passaggio dalla adolescenza all’età adulta, come la cerimonia solenne della toga virile. Svetonio, nel capitolo De vita Caesarum, Augustus, 79, citramanda che l’imperatore Ottaviano Augusto, schivo di qualsiasi ricercatezza eincurante dell’acconciatura del capo, si metteva di sfuggita nelle mani dei parrucchieri e, mentre si faceva tagliare i capelli e radere la barba, leggeva o scriveva qualcosa. Il barbiere in questo caso doveva essere molto abile a non arrecare sofferenza all’illustre cliente. Ottaviano tagliò la sua prima barba a 24 anni e organizzò un evento pubblico per l’intera città. Nerone, (Svetonio, Neronis vita,12.4 ), depose la sua prima barba durante una gara ginnica nel Campo Marzio, la chiuse in una pisside d’oro adorna di preziosissime perle e la consacrò a GioveCapitolino nel corso di un solenne sacrificio.I romani facoltosi curavano i capelli con le tinture per nascondere la canizie, comepure chiedevano al loro barbiere di adornare di riccioli il loro capo col ferroriscaldato, per sembrare più giovani e più interessanti.Giulio Cesare, per dissimulare la calvizie, utilizzava il riporto dei capelli in avanti dalletempie e indossava spesso la corona d’alloro che gli permetteva di coprire la frontee la sommità del capo.I romani usavano lavarsi i denti con i dentifricia, fatti di polvere e pasta abrasivapreparati con ossa tritate, pomice, gusci d’uovo o di ostriche, impastati con il mieleo con resina o vino. Spesso usavano l’urina fermentata come collutorio persbiancarli grazie all’ammoniaca. Catullo nel carme 39 del suo Liber con taglienteironia prende in giro l’amico Egnazio che rideva sempre, sia che si trovasse accusatoin tribunale, sia che assistesse al dolore di una madre disperata per la morte del suounico figlio posto sul rogo. Quidquid est…renìdet per mostrare il candore della suachiostra dentaria. Egnazio soffre di questa patologia, un vero e disgustoso morbusche lo induce la mattina a sciacquarsi i denti e le gengive con l’urina della sera primaper apparire una persona elegante e raffinata. Conclude Catullo:risu inepto resineptior nulla est: non c’è cosa più fuor di luogo che un riso fuor di luogo. I romaniutilizzavano l’urina anche per lavare i panni. Gli schiavi avevano il compito di portare9 <_div>la mattina in fullonica, la tintoria pubblica, tuniche, toghe, lenzuoli e quant’altro perfare il bucato. Qui i panni venivano immersi in ampie vasche con acqua e urina persciogliere il grasso grazie all’ammoniaca. I tessuti poi venivano sciacquati con acquapulita per eliminare il cattivo odore dell’urina e lo sporco residuo. Usavano l’argillaper ammorbidire e sbiancare i panni, che venivano stesi all’aria aperta e esposti aifumi dello zolfo per la disinfettazione finale. L’urina veniva prelevata da grosse anfore distribuite negli angoli delle strade e soprattutto in prossimità delle fullonicaedove i passanti deponevano il loro bisogno.Il make-up mattutino della donna era molto complicato. Della domina si occupavano anche tre schiave, ornatrices, per curare la bellezza delcorpo. Con un bastoncino di carbone la schiava allungava le sopracciglia, mentre per delineare gli occhi ricorreva all’inchiostro di seppia o nerofumo prodotto da datteriarrostiti. La padrone seguiva con uno specchio di bronzo l’esattezza di ognioperazione. Sul volto venivano impiegati vari unguenti per il fondotinta e, inparticolare, creme fatte di miele, sostanze grasse e biacca, un pigmento inorganico velenoso costituito da carbonato basico di piombo, che conferisce un colore bianco caldo e luminoso al volto. Il rosso delle labbra era assicurato dal minio, ossido dipiombo, molto tossico. Le ornatrices coloravano di rosso meno acceso anche lepalme dei piedi e le mani e esaltavano i capezzoli della matrona con polvere d’oro. Non mancavano i nei posticci che, a seconda della posizione sul volto, lanciavanodeterminati messaggi d’intesa. Alcuni difetti del viso o del corpo in genere eranocurati col burro per i foruncoli, col bicarbonato di sodio per cicatrizzare piccoleferite, con un estratto di testicoli di toro per curare le infiammazioni cutanee. Una schiava, diversa dalla truccatrice, si occupava dell’acconciatura della sua padrona.Questa sceglieva la parrucca da indossare tra il rosso, Il biondo o il nero, a seconda degli impegni cui doveva attendere, una ricorrenza ufficiale o un invito serale.Durante la giornata mostrava comunque i suoi capelli pettinati, arricciati, ornati dispilloni, nastrini, forcine. Le parrucche erano fatte di capelli naturali, importati eformavano acconciature molto ricche e laboriose con un intreccio di chignon,treccine, nodi, toupet sulla sommità del capo. Le matrone usavano anche tingersi icapelli: di nero con grasso di pecora mescolato con polvere di antimonio, o unamistura di sanguisughe fatte macerare nell’aceto per 40 giorni; di biondo con unamistura di zafferano, calce, cenere, allume, aceto, e derivati del limone, acquadistillata di fiori di ligustro, un arbusto piccolo usato per le siepi nei giardini. L’hennèera molto diffuso, importato dall’Egitto per ottenere sfumature rosse e arancioni. Sitratta di una tintura ricavata dalle foglie essiccate e polverizzate di Lawsonia inermis,un arbusto spinoso originario dell’Africa del Nord. Le prostitute si tingevano i capellidi vario colore, biondo acceso, rosso, e altri colori vivaci per distinguersi dallematrone. I particolari della cosmesi femminile sono poeticamente descritti da Ovidionel poemetto didascalico in distici elegiaci Medicamina faciei. Le donne. come gliuomini, indossavano la stola, una tunica che arrivava ai piedi e su di essa ponevanoun largo scialle rettangolare che scendeva al ginocchio e serviva anche per coprirsi ilcapo quando uscivano in strada. La biancheria intima della donna era costituita dauno slip simile al perizoma maschile e da un reggiseno, una fascia di stoffa o di pelle(mamillare) che veniva imbottito se i seni erano piccoli.Il mosaico di Piazza Armerina dà l’immagine perfetta del bikini che indossavano legiovani donne romane. La tunica era tenuta stretta da due cinture, una sotto il senoper metterlo in evidenza e una alla vita. Le matrone facoltose indossavano diademi,orecchini, collane (monilia), braccialetti e anelli.Nella lingua latina due espressioni fanno riferimento al matrimonio; nubere àlicui educere uxorem. Dal verbo nubere deriva il sostantivo nuptae, nozze,e indica l’atto diprendere il velo di sposa.La sponsa, cioè la promessa, si presentava al futuro marito con il capo e il voltocoperti con un velo color fiamma viva flammeum. La fasi principali erano il12 <_div>fidanzamento (sponsalia con anulus pronubus), la processione festosa cheaccompagnava la sposa alla casa dello sposo col canto imeneo, il rito della soglia,quando lo sposo sollevava la sposa per evitare che inciampasse e lei pronunciava:Ubi tu Gaius, ego Gaia. Esistevano due tipologie di unione: Cum manu, e la donna passava sotto la potestà del marito; sine manu e la donna restava sotto l’autorità del padre, da cui poteva ereditare e perciò essere più autonoma. Col matrimonio l’uomo restava al centro della famiglia. La sposa doveva curarsi della casa,dell’educazione dei figli, di piacere al marito. Lei doveva mantenere la sua onestà edessere fedele, perché nei primi secoli della repubblica un marito tradito poteva uccidere moglie e amanti.Diversa era la libertà sessuale dell’uomo, pater familias. Era suo diritto procurarsi ilpiacere sessuale con altre donne, ragazzi, soprattutto schiave e figli di schiavi. La sola regola da rispettare era che la persona con cui il civis romanus faceva sesso fosse di rango inferiore, non un cittadino romano come lui, e che mantenesse il ruolo attivo. Numerosi erano i lupanari, i bordelli, disposti in fila in alcune zone della città, con ragazze che sorridevano e invitavano i passanti emettendo l’ululato dell’animale; lupa in latino significa prostituta. Può sembrare strano, ma anche i romani usavano il verbo futùere per indicare l’atto sessuale e fututus era sinonimo di strupratus. Il sesso non era un tabù, né era considerato un peccato come nellamorale cristiana. Come abbiamo appreso dagli scavi di Pompei, le scene erotiche di sesso spinto non si trovavano dipinte solo nei lupanari come paradigma del Kamasustra che il bordello offriva, bensì anche nelle case private dei ricchi, che chiamavano pittori validi per istoriare le pareti delle stanze e soprattutto della camera da letto con scene erotiche, visibili anche ai bambini e alle fanciulle, perché non erano considerate pornografiche. Il fallo del dio Priapo era affrescato spesso nell’ingresso come simbolo apotropaico e generatore di prosperità per la famiglia.I romani amavano l’umorismo, la satira, i doppi senso e ridevano prendendo in giro politici, i vizi umani, le deformità fisiche. La commedia plautina è ricca di equivoci anche volgari e il servo era sempre il più astuto e si prendeva beffe del padrone. I fescennini erano versi improvvisati e licenziosi usati come canti rurali propiziatori odi accompagnamento al rito nuziale. Consistevano in scambi di insulti satirici elicenziosi. Alcuni studiosi ne fanno derivare la parola da Fescennium, cittàdell’Etruria, altri dal fascinum, simbolo fallico, che i contadini portavano inprocessione per allontanare il malocchio e garantire il buon esito ai lavori agresti. Il fascinum divinum era custodito dalle Vergini Vestali nel tempio di Vesta. Ai bambini romani veniva appesa al collo una bulla, un amuleto che spesso conteneva piccolisimboli fallici. Il classico cornetto dei nostri giorni.La satira è l’unico genere letterario interamente romano, come annota Quintiliano.Nacque con l’obiettivo principale di criticare i vizi, la corruzione, l’ipocrisia,l’ambizione sfrenata, il lusso eccessivo della società. Lucilio è il padre della satira aggressiva e pungente, poeta dell’età repubblicana che difendeva la libertà di parola stigmatizzando i difetti dei potenti. Riflessiva e ironica diventa in età augustea la satira di Orazio, che sottolinea i vizi umani senza fustigarli. Di cupo moralismo lasatira di Persio; aggressiva, misogina, violenta l’indignatio di Giovenale.Nella satira VI Giovenale si scaglia contro la moglie dell’imperatore Claudio e presenta Messalina come l’archetipo della lussuria sfrenata e della degradazionemorale della casta imperiale. Di notte Messalina abbandonava il talamo imperiale per recarsi in un lupanare. Si travestiva con una parrucca bionda e si avvolgeva inuna cappa per nascondere le sue nobili origini. Col nome Lycisca si offriva ai clienti nuda con i capezzoli dorati ed era l’ultima a lasciare il bordello: 'lassata viris necdumsatiata recessit'. Giovenale denunciava a tinte forti la corruzione che ormai attraversava tutti i ceti romani, dai bassifondi plebei ai palazzi aristocratici.Messalina era la terza moglie dell’imperatore Claudio. Aveva 14 anni quando andò sposa all’imperatore che ne aveva 48. Tiberio Claudio pare che da ragazzo fossestato affetto da una forma di paralisi, la sindrome di Tourette, un disturbo neurologico caratterizzato da movimenti improvvisi, tic motori e fonici, emissioni disuoni con espressioni ora chiare ora confuse. Aveva un’andatura incerta ezoppicava. Sua madre Antonia, si legge in Svetonio (Claudii vita, 3) , andava dicendo che suo figlio era un mostro d’uomo soltanto abbozzato dalla natura. Dalla sorella Livia era considerato scemo e pensava che sarebbe stata una sorte iniqua averlo come imperatore di Roma.La studiosa di storia greca e romana, Eva Cantarella, considera Messalina una vittimadel potere, un’eroina romantica. Innamoratasi dell’uomo più bello di Roma, GaioSilio, osò rendere pubblico il suo ménage, sposando pubblicamente il suo amante mentre Claudio non era a Roma. Claudio, informatone, la fece mettere a morte a soliventitré anni. Da Claudio aveva avuto Ottavia e Britannico.Dagli antichi fescennini, attraverso la commedia, le satire, il mimo, scorre un filo conduttore, l’italicum acetum che dava vita alla libertà di parola, soprattutto nell’età repubblicana, quando l’umorismo dei romani non aveva freni e poteva colpire anche nobili e uomini potenti.Giulio Cesare accettava le battute pungenti che i suoi soldati gli lanciavano. Il maritodi tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti: così i soldati di Cesare schernivano scherzosamente l’attività sessuale del loro generale. Più grave e infamante eral’offesa che gli veniva rivolta riguardo ad un suo rapporto ravvicinato con il re della Bitinia Nicomede IV. Nell’anno 80 a.C. il giovane Cesare era stato inviato in Bitinia,alla corte di Nicomede per ottenere una flotta contro Mitridate, re del Ponto. Poiché il suo soggiorno si era prolungato tra lo sfarzo e la lussuria della corte più del previsto i suoi nemici politici malignarono e misero in giro l’espressione infamante che etichettava Cesare come Regina della Bitinia, accusa di cui Cesare non seppe più liberarsi per il resto della sua vita: Cesare ha sottomesso le Gallie ma Nicomede ha sottomesso Cesare.Se Cesare aveva tollerato tale licenza, non così Augusto che con la Lex Iulia dell’ 8a.C. pose dei limiti morali, come la condanna per adulterio, ma anche sanzioni severe contro i testi e i libelli diffamatori che offendevano la dignità imperiale.Ma battute e barzellette a Roma erano materia di ogni giorno, pe lo più sempre con sottintesi sessuali.Alcuni esempi:Al tempo di Cicerone erano oggetto di battute sferzanti gli Abderiti, abitanti diAbdera una città greca della Tracia, considerati sciocchi, pur avendo dato i natali aDemocrito e Protagora. Erano insomma i carabinieri delle nostre barzellette.SUGLI ABDERITI- Un abitante di Abdera, invitato ad una festa, gli fu presentato un eunuco diprovenienza orientale. Dopo i primi convenevoli l’abderita chiese all’eunuco: Quanti figli hai? Ma io non ho figli, ho dovuto lasciare le mie palle in Persia. Bene, rispose,l’abderita : Quando potrai riavere le tue palle ?.Nell’antica Grecia gli eunuchi non erano frequenti perché non si praticava l’evirazione come nelle corti persiane e orientali. Un giorno, un abderita incontra un eunuco che stava parlando con una donna.Sciocco qual era, gli chiese se fosse sua moglie. Quello rispose che gli eunuchi non possono avere mogli, e l’abderita di rimando: "Allora è tua figlia?"- Un abderita divideva il materasso con un uomo che soffriva di ernia. Durante lanotte, egli si alzò per liberarsi. Quando tornò, accidentalmente (dato che era ancora buio) calpestò proprio il punto dell’ernia. Quando l’uomo emise un urlo, l’Abderita chiese: "Perché non eri sdraiato a testa in su?". Lo sciocco abderita aveva scambiato l’ernia dell’amico con la testa.SULL’ARGUZIA- A un barbiere chiacchierone che gli chiedeva 'Come te li taglio?' un arguto misantropo rispose 'Stando zitto'.- Ad un insegnante incompetente fu chiesto dall’ispettore come si chiamasse la madre di Priamo. Non conoscendo la risposta, disse: "È educato chiamarla signora".- Un giovane uomo disse alla sua moglie assetata di libido: "Cosa dovremmo fare,tesoro? Mangiare o fare sesso?" E lei rispose: "Puoi scegliere. Ma non c’è una briciola in casa".- Un medico scorbutico e guercio chiese ad un malato: 'Come stai?' E lui rispose'Come mi vedi'. Allora il medico dice 'Se stai come ti vedo, sei mezzo morto'.- Un tale con l’alito cattivo incontra un medico e gli dice: 'Dottore guardi: mi è scesa l’ugola'. Non appena apre la bocca, il medico si volta dall’altra parte ed esclama:'Non ti è scesa l’ugola, ma ti è salito il culo'.- Il filosofo Crates, quando ebbe visto un giovane che camminava da solo, gli chiese cosa stesse facendo da solo in quel luogo. "Parlavo da solo". Al che Crates disse:"Attento, stai molto attento: sei in cattiva compagnia".Queste barzellette si trovano nel Philogelos, antica raccolta di barzellette, scritta ingreci, contiene circa 260 barzellette suddivise per categorie, risale probabilmente alIV secolo d.C.Inter coxas stat fissura, tam profunda quam obscura, si uteris mentula dura, novavita nascitura <_div>Libera Università Tito Marrone, Trapani, 5 giugno 2026 prof.Antonino Tobia

 

Autore Prof-Greco

social bookmarking

  • Relazioni svolte, università, formazione, attività in Facebook
  • Relazioni svolte, università, formazione, attività in Twitter
  • Relazioni svolte, università, formazione, attività in Google Bookmarks
  • Relazioni svolte, università, formazione, attività in del.icio.us
  • Relazioni svolte, università, formazione, attività in Technorati

Inserito il 06 Giugno 2026 nella categoria Relazioni svolte