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Crisi monetaria e rischi per l'Euro

Accettando, ancora una volta, l'invito della nostra Università, il nostro concittadino Aurelio Pappalardo ha lasciato Bruxelles per venire a relazionare sul grande tema della crisi europea

Relatore: Avv. Aurelio Pappalardo - Bruxelles

Si riporta qui di seguito la sua conferenza.

Immagine riferita a: Crisi monetaria e rischi per l'EuroCari amici e concittadini,
A distanza, quasi esattamente, di un anno ho il piacere di essere di nuovo con voi, per un’altra chiacchierata sui temi, forse non molto divertenti, ma certamente di generale interesse, relativi alle gravi difficoltà economiche e monetarie dell’Unione Europea, e in particolare della cd. eurozona.
La crisi economico-monetaria che attraversiamo somiglia sempre più a un romanzo a puntate, del quale purtroppo nessuno può prevedere né quando né come finirà.

Ho pensato di suddividere le riflessioni che vorrei sottoporre alla vostra attenzione in due punti, seguiti da una breve conclusione (assicurandovi che mi sono fissato il limite invalicabile di 45 minuti, che, per esperienza, considero il massimo che si possa infliggere ad un uditorio, se si vuole mantenere un rapporto amichevole).

1° Quali sono le origini e le cause della crisi?
2° Quali eventi salienti si sono verificati nell’anno che precede?

1) ORIGINI LE CAUSE DELLA CRISI
A rischio di dire cose che molti sanno, mi pare utile ricordare brevemente come ha avuto inizio la recessione che tanti danni ha arrecato e continua ad arrecare all’economia dei paesi industrializzati.
Sapere che cosa è successo (in questo come in tanti altri casi) può aiutare (forse) a evitare di ripetere gli errori del passato, ma certamente aiuta a capire meglio il mondo in cui viviamo.
All’origine, la crisi, il cui inizio si può situare negli Stati Uniti, all’incirca nella seconda metà del 2007, è di natura mista immobiliare e finanziaria.
La crisi economica, iniziata nel 2008 e tuttora in corso, ha, come tutte le grandi crisi, varie cause: basti menzionare l’aumento delle materie prime (il petrolio a 147$ il barile) e la crisi alimentare mondiale, in pieno svolgimento.
Ma gli analisti sono d’accordo nel ritenere che la crisi immobiliare negli Stati Uniti, nel 2007, abbia svolto il ruolo di detonatore.
Il settore immobiliare, e in particolare l’edilizia civile, per le abitazioni private, ha avuto negli S.U. una crescita vertiginosa negli anni 2004/2006, con un forte aumento dei prezzi delle abitazioni e l’espansione degli investimenti.  Questa 'bolla' (come è stata definita: un fenomeno analogo, per inciso, ha provocato danni gravissimi anche all’economia spagnola) era stata fortemente alimentata dalla facilità, se non addirittura dalla leggerezza, con cui molte banche d’investimento americane avevano concesso mutui a basse garanzie ad una clientela con redditi modesti o con un passato d’insolvenza o fallimenti. Furono questi i famosi, meglio sarebbe dire famigerati, mutui subprime. (Subprime è l’aggettivo che denota il livello finanziariamente modesto della clientela cui venivano concessi). I finanziamenti venivano concessi con tassi d’interesse crescenti nel tempo: le banche compensavano in tal modo il rischio (di cui erano perfettamente coscienti) legato alle caratteristiche della clientela.
Immagine riferita a: Crisi monetaria e rischi per l'Euro

I clienti, dal canto loro, facevano affidamento sulla solidità del settore, che vedevano in continua crescita, senza chiedersi quanto sarebbe durata.
Ma la 'bolla' si sgonfia, nel 2007, per effetto, soprattutto, dell’aumento dei tassi di interesse, deciso dalla banca centrale proprio per calmare il mercato e frenare l’aumento dei prezzi degli immobili.

Questa, in estrema sintesi, la svolta, che ebbe effetti disastrosi sia sulle famiglie, molte delle quali, non essendo più in grado di ripagare il mutuo, subirono il pignoramento (1,7 milioni di case furono pignorate nel solo 2007), sia sullo stesso settore creditizio.
Sulla base dell’anormale espansione del settore immobiliare si era infatti diffusa in quegli anni un’enorme ondata di titoli immobiliari, viziati, in gran parte dalla cartolarizzazione dei mutui subprime, cioè dalla creazione di titoli garantiti dai mutui ipotecari. Questi titoli, largamente diffusi nel settore creditizio, non solo negli S.U., subirono, allo sgonfiarsi della 'bolla', una brusca svalutazione, che è all’origine del disastro finanziario che tutti ricordiamo e che ebbe la più significativa manifestazione nel fallimento della Lehman Brothers (2008), mentre moltissime altre banche, di primo livello, subivano difficoltà gravissime.
La crisi che sommariamente ho descritto non poteva restare limitarta agli S.U. I titoli 'infetti' circolavano, logicamente, in quella parte del settore bancario europeo specializzato nei mutui immobiliari. Forse qualcuno dei presenti ricorda la bufera che investì (nel settembre 2007) la Northern Rock, quinto istituto di credito britannico: quando si sparse la notizia che, non essendo in grado di rifornirsi sul mercato interbancario, non sarebbe stata in grado di ripagare i propri clienti, seguì il panico, l’assalto agli sportelli per ritirare i depositi (come in un vecchio film di Frank Capra) e finalmente il salvataggio ad opera della Banca Centrale d’Inghilterra.
Il settore bancario italiano, per fortuna, come pure ricorderete, si è dimostrato più solido di molti altri. 

La crisi finanziaria investe l’economia reale
La crisi dei mutui subprime investe, nel 2009, l’economia reale (come si suole definire il mondo della produzione di beni e servizi, in contrapposizione a quello della finanza). Il 2009 è stato probabilmente l’anno peggiore, nel quale in tutti i Paesi del mondo industrializzato si è verificata la più forte contrazione dell’attività economica.
E’ probabile che il rallentamento della crescita economica fosse quanto meno latente, per cause diverse (come prima ho accennato) da quelle finanziarie; ma è certo che la crisi di fiducia provocata dagli eventi del biennio precedente, indebolendo fortemente il sistema creditizio, ha aggravato la situazione.
Sta di fatto che la crisi è lungi dall’essersi conclusa. Pochissimi giorni fa la sig.ra Merkel si diceva convinta che ne avremo per almeno altri cinque anni; e intanto cominciano a serpeggiare caute previsioni di addetti ai lavori, secondo cui le difficoltà, che non hanno risparmiato nessuno dei grandi Paesi dell’UE, presto potrebbero manifestarsi anche in Germania, che finora sembrava destinata a restarne immune.

2) CHE COSA E’ SUCCESSO NELL’ULTIMO ANNO?
Vorrei anzitutto riallacciarmi al nostro incontro precedente, dedicato soprattutto alla crisi greca ed alle possibili conseguenze per l’Eurozona.
In sintesi, vi dicevo
a) che la situazione di particolare debolezza economica, ma purtroppo anche politica, attraversata dalla Grecia, stava pericolosamente scuotendo la solidità monetaria dell’Eurozona;
b) che la crisi greca aveva drammaticamente dimostrato l’insufficienza di un’unione monetaria senza reale unione economica e, soprattutto, senza unione politica. La moneta comune, da sola, non può garantire l’armonizzazione delle differenze di competitività fra i Paesi membri dell’UE. O gli Stati membri effettuano le necessarie riforme economiche di fondo (quelle di cui la crisi greca ha drammaticamente mostrato l’urgenza) o l’Unione Europea rischia di perdere la sua ragion d’essere. In assenza di vera unione, è ben difficile che gli Stati membri operino concordemente, con unità di intenti, per effettuare tali riforme.
A distanza di un anno, non si può certo dire che i problemi che evocavo siano stati risolti.
Quest’anno, però, non è passato invano, né sul piano europeo, né, per quanto più direttamente ci riguarda, sul piano interno.
Sul piano europeo, la novità di rilievo è costituita dal nuovo ruolo assunto dalla Banca Centrale Europea (BCE).
Sul piano interno, è appena il caso di dirlo, dal fatto che fra tre giorni ricorrerà il primo anniversario della formazione del governo Monti.

E non devo spendere molte parole per sottolineare lo stretto legame fra le difficoltà economiche e monetarie dell’eurozona, tema del nostro incontro odierno, e le misure finora adottate (e le altre che certamente seguiranno) dall’attuale Governo per migliorare la situazione. (Ma sulle quali temo mi manchi il tempo di intrattenervi stasera).

Il ruolo della BCE
La zona euro ha, com’è logico, una banca. Ricordo che l’Unione Europea (UE) si è data, nel 1999, al termine di un lungo processo di unificazione economica e monetaria, una moneta comune, l’Euro (€).  E’ nata così la 'zona euro', che include gli Stati membri dell’UE che hanno aderito all’unione monetaria rinunciando alle loro vecchie monete. Purtroppo (ma, secondo alcuni, fortunatamente) solo 17 dei 27 (e presto 28) Stati membri ne fanno parte.  Dei 10 che hanno scelto di restarne fuori (senza pregiudizio di scelte diverse in futuro) il più importante economicamente è certamente il Regno Unito (o Gran Bretagna, se preferite). Degli altri nove, cinque sono Paesi dell’Europa dell’Est – Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Repubblica Ceca – e quattro dell’Europa del Nord – Svezia, Danimarca, Lettonia e Lituania.
Quando dico che – secondo una certa opinione – è meglio che alcuni Stati siano rimasti fuori, mi riferisco non al Regno Unito, bensì a diversi Paesi che, non avendo un’economia abbastanza solida, rischierebbero, se adottassero l’euro, di trovarsi in difficoltà, dato che l’adesione all’unione monetaria comporta vincoli che non tutti gli Stati sono in grado di sopportare.
Purtroppo l’UE vede riuniti sotto un unico tetto Paesi con grandi differenze economiche. Anche questo tema meriterebbe un approfondimento per il quale non c’è tempo stasera.
La BCE è la banca centrale europea, con sede a Francoforte, dotata di un capitale di 5 miliardi €. Ne sono azionisti le 17 banche centrali dei Paesi membri dell’unione monetaria. Qualche giorno prima che io prendessi la parola qui, l’anno scorso, ne era stato nominato il nuovo presidente, nella persona di Mario Draghi, in precedenza governatore della Banca d’Italia.

E’ utile ricordare che, accanto alla BCE, ha operato finora (e sta per essere sostituito) un’importante istituzione finanziaria, il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) (nel gergo giornalistico: 'Fondo salvastati'), che sta per cedere il passo ad un’istituzione analoga, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) (una versione riveduta e corretta del FESF).
Sono due strumenti finanziari creati dagli Stati membri dell’Eurozona: il primo, istituito nel 2010, per tre anni, sta per scadere; il secondo, che ha iniziato ad operare l’8 ottobre scorso, gli succederà.
Finalità:
fornire prestiti ai Paesi della zona Euro in difficoltà finanziarie (nel 2011 ne hanno beneficiato l’Irlanda e il Portogallo);
ricapitalizzare le banche;
comprare il debito sovrano. SPIEGARE
Mezzi finanziari: Nell’ottobre 2011 gli Stati membri della zona Euro hanno convenuto di elevare la capacità finanziaria del FESF a 1000 miliardi €.

La situazione economica negativa, che vi avevo riassunto un anno fa, è andata continuamente peggiorando, per raggiungere l’acme nell’estate scorsa. All’aggravarsi senza fine della situazione greca si sono aggiunte (anche per effetto delle inevitabili pressioni speculative) le difficoltà della Spagna, apertamente e drammaticamente riconosciute dal Governo, mentre si addensavano nubi anche sul nostro Paese.
In questo contesto si è verificato il deciso intervento della BCE.
Anzitutto, due giorni dopo la nomina di Draghi, la BCE, sorprendendo tutti, ha ridotto i tassi di interesse.
Poco dopo ha annunciato che avrebbe sostenuto le banche in gravissima crisi di liquidità, con due prestiti straordinari, i cd. LTRO (Long Term Refinancing Operation (operazione di rifinanziamento a lungo termine): si tratta, in sostanza, di prestiti a basso tasso di interesse concessi dalla BCE alle banche la cui liquidità è insufficiente, garantiti dalla banca centrale del Paese al quale appartiene la banca prestataria).
In terzo luogo ha annunciato l’adozione del cd scudo antispread. Ricordo (a rischio di dire cose che tutti sanno) che lo spread è il divario fra il rendimento dei titoli pubblici (bond) della maggioranza degli Stati Membri e il rendimento di quelli tedeschi. La Germania, considerata unanimemente il Paese più solido della zona Euro, funge da pietra di paragone: lo spread indica infatti il divario fra il rendimento, ad es., di un titolo di Stato italiano e il rendimento di un titolo tedesco.  Poiché uno Stato emette titoli al fine di raccogliere fondi sul mercato, se il suo titolo vale poco (perché il Paese ha una situazione economica difficile), è costretto, per invogliare il potenziale acquirente, ad offrire tassi di interesse elevati e precisamente più elevati di quelli offerti dalla Germania (della quale l’acquirente si fida).
La BCE, con il sostegno della sig.ra Merkel, e contro l’aperta opposizione della Banca centrale tedesca, si è impegnata ad acquistare titoli di Stato con scadenze fino a tre anni, per stabilizzare la differenza di tassi fra Paesi lo spread, appunto). Lo farà, senza limiti quantitativi, ni confronti degli Stati che lo richiedano e che si sottopongano alla stretta supervisione delle loro politiche di bilancio e di competitività.

Conclusioni
La crisi che stiamo attraversando conferma, se ce ne fosse bisogno, che c’è un grande bisogno di Europa, per resistere alle difficoltà economiche e quindi anche sociali che tutti conosciamo.
Ma la volontà politica di rafforzare l’Europa fa quasi ovunque difetto.
L’unione economica e monetaria è incompleta: intanto perché manca una vera unione economica – c’è un certo grado di coordinamento, ma poco più. E poi perché la moneta comune (a 17, del resto, non a 27) non basta senza almeno un certo grado di unità nella guida dell’economia, per arrivare all’adozione, ovunque ce ne sia bisogno, delle misure di risanamento.   Aurelio Pappalardo
 

Autore Prof-Greco

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Inserito il 13 Novembre 2012 nella categoria Relazioni svolte